meditazioni sulle letture della veglia Pasquale

Prima lettura(20/02/2021)

I Lettura della Veglia Pasquale

Dal libro della Gènesi (1, 26-31 forma breve)

In principio Dio creò il cielo e la terra.

Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

E Dio creò l’uomo a sua immagine;

a immagine di Dio lo creò:

maschio e femmina li creò.

Dio li benedisse e Dio disse loro:

«Siate fecondi e moltiplicatevi,

riempite la terra e soggiogatela,

dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo

e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».

Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.

parola di Dio

Salmo responsoriale

Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.

Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio.
Sei rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto.

Egli fondò la terra sulle sue basi:
non potrà mai vacillare.
Tu l’hai coperta con l’oceano come una veste;
al di sopra dei monti stavano le acque.

Tu mandi nelle valli acque sorgive
perché scorrano tra i monti.
In alto abitano gli uccelli del cielo
e cantano tra le fronde.

Dalle tue dimore tu irrighi i monti,
e con il frutto delle tue opere si sazia la terra.
Tu fai crescere l’erba per il bestiame
e le piante che l’uomo coltiva
per trarre cibo dalla terra.

Quante sono le tue opere, Signore!
le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.
Benedici il Signore, anima mia.

Meditazione Gen.1,26-31 (forma breve)

L’atto della creazione dell’uomo, al sesto giorno, è preceduto da un soliloquio
divino con il verbo al plurale: «Facciamo l’umanità». Perché?
Fino a questo momento, quando parlava, Dio ha usato formule del tipo «sia la luce», «le acque si raccolgano» o «la terra produca e le acque brulichino»; non ha mai fatto ricorso ad una formula così tanto personale come «facciamo».
È significativo che la creazione dell’uomo sia preceduta da questa sorta di dichiarazione con cui Dio esprime l’intenzione di creare l’uomo a sua immagine, anzi «a nostra immagine», al plurale: secondo un’antica interpretazione il Creatore dialoga con sé stesso, con la profondità del suo essere, come fa una persona quando sta per prendere una decisione importante. Ciò indica che l’intenzione di creare l’essere umano nasce da una matura riflessione ed esprime il preciso desiderio divino di porre un’attenzione particolare all’umanità quale compimento della creazione.
L’interpretazione cristiana ha pensato da prestissimo ad un dialogo fra Dio e il Verbo, il Lógos che era in principio presso Dio (cf. Gv 1,1 ss.), ed è arrivata col tempo a leggere questo testo nel senso di una teologia trinitaria. L’Epistola di Barnaba dice: «Il Signore, a cui Dio aveva detto alla creazione del mondo: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”, ha sofferto per compiere la promessa» (V,5). E Giustino: «Questo Figlio, generato dal Padre prima di tutte le creature, era con il Padre ed è con lui che il Padre si intrattiene» (Dialogo con Trifone 62).
Secondo S.Ireneo qui Dio parla al Verbo che fa e rifà l’uomo (Contro le eresie V.15.4), parla al Figlio e allo Spirito che sono «le due mani di Dio» (Contro le eresie, IV.20.1; V.1.3). Per S.Agostino da questo passo bisogna imparare «a vedere la Trinità dell’unità e l’unità della Trinità» (Confessioni XIII.22.32).
-A questa deliberazione segue l’atto: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò».
Colpisce in questa frase il triplice uso del verbo «creò» («baràh»), che sembra
testimoniare una particolare importanza e intensità dell’atto creatore; ciò anche per il fatto che, mentre ogni giorno della creazione si conclude con l’annotazione: «Dio vide che era cosa buona», dopo la creazione dell’uomo è detto che «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (1,31).
L’ultimo atto creativo di Dio è l’uomo, il capolavoro, il più importante tra gli esseri viventi. Egli proviene dalla sua libera e sovrana decisione di creare un interlocutore con cui avere una relazione intima, fondata su un patto di fedeltà nella libertà e nell’amore; una creatura con la quale intrattenere un dialogo col linguaggio della parola, dell’ascolto e del silenzio.
Una decisione che ci iscrive in un orizzonte luminoso riscattandoci dalla fragilità di cui siamo impastati. Certo, siamo un piccolo effimero frammento dell’universo, ma con una insopprimibile chiamata a trascenderci, che reca l’impronta della Sorgente da cui siamo sgorgati.
Un Dio che chiama per nome, che apre il dialogo, un Dio-Amore.
Un Dio-Trinità che si direbbe alla ricerca di un “tu” che gli sia quasi alla pari, capace di rispondergli nella libertà.
“Per Dio l’uomo è il “tu” creato. Tra tutte le creature egli è quell’io personale, che può rivolgersi a Dio e chiamarlo per nome” (S. Giovanni Paolo II).
In ebraico esistono diversi termini per designare l’«uomo»; qui è usato «Adam», un nome collettivo che indica l’intera umanità. L’importanza dell’essere umano è data dal fatto che egli non è creato «secondo la specie» com’è avvenuto per la flora (1,12-13), la fauna marina (1,21) e terrestre (1,24-25), bensì a «immagine e somiglianza» di Dio (1,26b).
Nel mondo antico, il re era solito collocare nelle regioni più lontane del suo regno una statua che lo rappresentasse e ricordasse a tutti chi era il sovrano; per l’autore di Gn.1 ogni «Adam» è «immagine», per rappresentare visivamente Dio in terra.
Pur essendo fatto «poco meno di un dio» (cfr. Sal 8,6), ciascun essere umano è solo “somigliante” a Dio, cioè ha “forma analoga” ma non coincidente in tutto e per tutto al suo Creatore; l’uomo non si dà la vita da sé stesso, perché esiste dipendendo da Dio, è creatura che deve il senso profondo della propria identità a Lui.
I padri della Chiesa avevano sottolineato il fatto che l’uomo è stato creato ad immagine, ma è chiamato a farsi «somiglianza». Scrive San Gregorio di Nissa: “Possediamo l’immagine attraverso la creazione, ma acquistiamo la somiglianza per libera scelta. Ci è dato di nascere nell’immagine di Dio, per libera scelta invece si formerà in noi l’essere a somiglianza di Dio. Egli ci ha dato il potere per fare questo […] è giusto che una parte ti sia data, mentre l’altra è stata lasciata incompleta: questo al fine che tu possa completarla e possa essere degno della ricompensa che viene da Dio”.
Nel libro della Sapienza (2,23) è detto: «Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece ad immagine della propria natura». L’uomo, dunque, è creato per l’immortalità, e non cessa di essere immagine di Dio dopo il peccato, anche se viene sottomesso alla morte. Porta in sé il riflesso della potenza di Dio, che si manifesta soprattutto nella facoltà dell’intelligenza e della libera volontà. L’uomo è soggetto autonomo, fonte delle proprie azioni, pur mantenendo le caratteristiche della sua dipendenza da Dio, suo creatore.
-L’umanità creata è distinta in «maschio e femmina» (1,27a): si noti lo slittamento dal singolare «lo creò» al plurale «li creò». I due sessi sono creati contemporaneamente, in assoluta parità, poiché dotati della medesima dignità di immagine di Dio. La differenza sessuale non comporta separazione né contrapposizione, quanto piuttosto distinzione nella comunione reciproca.
D’altronde la tradizione biblica, oltre ai tratti maschili conosciuti, attribuisce al Signore anche quelli tipicamente femminili (cfr. Is.42,14: “partoriente”; cfr. Is. 49,13-15 e 66,12-13: “rapporto madre-figlio”; cfr. Os 2 e 11, cfr. Ger.31,20: “tenerezza materna”).
Dio ha posto alcune sue caratteristiche nel maschio ed altre, complementari, nella femmina, in modo che la loro unione possa essere “icona di Dio” sulla terra nel dialogo e nella comunione.
Ed ecco disegnarsi il volto umano con il suo insopprimibile bisogno di rispecchiarsi, a sua volta, in un “tu” che sia “carne dalla sua carne”, per spingersi poi oltre, fino a riallacciare il dialogo iniziale con il suo Creatore.
Qui l’uomo è e realizza pienamente sé stesso.
Ogni volta che la dimensione relazionale viene a incrinarsi o addirittura ad infrangersi, l’uomo sperimenta dentro di sé come una ferita insanabile, una dissociazione interiore. È come se gli fosse sottratta una parte di sé stesso. E non si può vivere così, spaccati interiormente.
Tanta aggressività in noi stessi e nella società, tante vite che si spengono accartocciate su sé stesse sono il frutto di questo attentato al nostro essere “immagine” di un Dio-dialogo.
“La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati.
Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore” (Benedetto XVI).
Ogni particella del creato quando osserva l’amore che vi è tra un uomo e una donna sa che il volto del Signore è presente, che la sua «immagine» continua a riempire la terra.
All’uomo e alla donna il Creatore concede per prima cosa la possibilità di partecipare della sua stessa vita e la capacità di trasmetterla (1,28a). Non si tratta, però, di un comando da eseguire in modo meccanico, quanto piuttosto di un dono affidato. Il testo, infatti, non si esprime con un «Dio disse e fu» (cfr. 1,3) e neppure con «Dio li benedisse e così avvenne» (cfr. 1,22; 8,15; 9,1), quanto piuttosto con «Dio li benedisse e disse loro».
Trasmettendo la vita ai propri figli, uomo e donna donano loro in eredità quell’«immagine di Dio», che fu conferita al primo uomo nel momento della creazione.

Il Creatore «li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite
la terra; soggiogatela e dominate sui pesci… e sugli uccelli… e su ogni essere vivente”» (1,28). La creazione a immagine di Dio costituisce il fondamento del
dominio sulle altre creature del mondo visibile le quali sono state chiamate all’esistenza in vista dell’uomo e per lui.
Ogni essere umano (maschio o femmina che sia) potrà esercitare, a nome del Creatore, una sovranità limitata sulla terra, espressa con due verbi molto forti: “soggiogare” e “dominare” (1,28b). Il primo «kabash» indica il “sottomettere” una regione e quindi stabilirvi la propria sovranità; il secondo «radah» richiama l’azione del “lasciare l’impronta su qualcosa”. Queste sono azioni tipiche di un re e vengono estese ad ogni persona umana: perciò “icona della divinità” non è più il solo sovrano – come accadeva presso le popolazioni mediorientali antiche – bensì ogni essere umano, che riceve così una responsabilità enorme.
Ciascun «Adam» è invitato a imitare Dio nel modo di “dominare” e “soggiogare” la terra: non può sfruttarla in modo devastante, ma deve utilizzare le sue risorse in modo rispettoso, perché la terra è di Dio (Le. 25,23). L’uomo non può essere né tiranno né conquistatore, quanto piuttosto un “re pacifico e non violento” (cfr. Sal. 72), interessato alla vita, al benessere e alla giustizia su tutto il creato.
In questo modo l’uomo diventa una espressione particolare della gloria del Creatore nel mondo creato. «La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di Dio», scrive sant’Ireneo.
L’uomo è chiamato a diventare, tra le creature del mondo visibile, un portavoce della gloria di Dio, e, in un certo senso, una parola della sua Gloria.

L’insegnamento sull’uomo contenuto nelle prime pagine della Bibbia s’incontra con la rivelazione del Nuovo Testamento sulla verità di Cristo, che, Verbo eterno, è «immagine del Dio invisibile», «generato prima di ogni creatura» (Col. 1,15).
Adamo – scrive san Paolo – «è figura di colui che doveva venire» (Rm. 5,11). Infatti, «quelli che… da sempre ha conosciuto (Dio Creatore) li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm. 8,29).
La creazione dell’uomo a immagine di Dio raggiunge la pienezza del suo significato con la chiamata a essere conforme a Cristo.

Seconda lettura(27/02/2021)