Triduo Pasquale

Messa in Coena Domini

Giovedì Santo 2021

Per la vigna del Signore

In questo tempo ci è stato chiesto di scrivere una piccola meditazione per aiutare a vivere questo momento davanti al Santissimo e questo triduo.

Nel vangelo di Matteo, Gesù racconta l’episodio dei lavoratori che vanno a lavorare nella vigna nelle diverse ore della giornata un po’ come noi in parrocchia nelle diverse ore della vita.

Il padrone prepara una vigna e manda continuamente operai che chiama dalla piazza.

La vigna

È bello pensare che c’è una vigna di cui il Signore si prende cura:

“Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi.” (Is.5,1-2).

Un lavoro minuzioso che è iniziato al mattino, in cui cominciano a venire le prime gemme (Ct.7,13).

Nella scrittura sempre il popolo di Israele è raffigurato come una vigna in quanto è un tipo di coltivazione che sempre richiede cure, a cui sempre bisogna star dietro e vedere come procedono le cose, quando va potata, legata, irrigata, protetta dal gelo, ecc. un lavoro continuo… Dio è un innamorato insonne, non si dà pace perché sa che la sua vigna ha bisogno di aiuto, sa che c’è un amore a cui bisogna rispondere.

Il padrone

Il padrone della vigna del racconto del Vangelo, sembra essere una persona imprecisa, chiama gente qualunque senza assicurarsi delle competenze, senza dare spiegazioni, egli dice: “andate a lavorare nella mia vigna…” ma non si sa cosa bisogna fare quando si va dentro la vigna. Non ha la minima idea di chi sta chiamando e di chi sta andando a lavorare.

Sarebbe potuta essere anche la persona più incompetente del mondo e a lui dice: “Vai a lavorare nella mia vigna!”. Sembra quasi che l’intento del padrone non sia avere operai per la vigna, ma bensì svuotare la piazza.

La piazza

Questa era il luogo del mercato, dove la gente cercava il proprio interesse, è il luogo della confusione, dello smarrimento, spesso anche dei furti. Il padrone vuole togliere la gente da questo luogo, vuole mandarli in un luogo di silenzio, di lavoro umile, di servizio per una cosa che non le appartiene. Uscire, diciamo, da un cristianesimo fatto di mercanteggio, dove ognuno cerca di fare compromessi anche con la parola di Dio. Per questo Gesù scaccerà i mercanti dal tempio. Per questo la chiesa ci ha dato la preghiera, il digiuno e l’elemosina con cui possiamo mettere a posto il nostro cuore e liberarlo dalle nostre schiavitù, le nostre aspettative.

Gesù deve bastonare i mercanti che sono nel nostro cuore, tutto ciò che ci fa commerciare le cose sacre, nel riportare anche la parola di Dio a nostro vantaggio, nel trovare sempre quel passo della scrittura che ci fa comodo e giustifica quello che noi vogliamo fare. Cosa cerchiamo di fare noi in fin dei conti? Ottimizzare!

Cercare di far entrare tutto bene, mettere insieme il mondo e Dio. La nostra auto-affermazione e Dio.

Amico

“Vieni a lavorare nella mia vigna!” questo è l’esodo che il Signore ci ha proposto in questo tempo di quaresima e che ora sta arrivando al suo compimento, ancora non è perduto nulla, possiamo essere quei servi che Dio chiama all’ultima ora e che vanno a lavorare all’ultima ora.

Spesso quando ci approcciamo a questo testo, l’attenzione sempre ci va sui lavoratori che si lamentano e sul padrone che è buono. Una scena simile si vede con il racconto del figliol prodigo che conosciamo bene. Il figlio rimasto a casa, non si sente figlio, ma servo. Vive in casa non come un erede ma come uno che deve fare le cose.

Possiamo lavorare nella vigna come servi, oppure come “amici” cioè persone che hanno avuto questa opportunità di stare nella vigna del Signore. Se è una opportunità poter stare nella vigna del Signore, allora sono fortunati i servi che hanno lavorato più tempo nel vigneto, hanno avuto più grazia, più tempo “sola a solo” in cui sono potuti uscire dal frastuono della piazza.

Così, se abbiamo cominciato presto o tardi, non importa!

 L’importante è esser parte della vigna del Signore, ognuno avrà la sua ricompensa che sarà uguale per tutti perché Dio è buono.

Approfittiamo di questi giorni proprio per entrare nella vigna. Se la quaresima è andata un po’ così, c’è ancora l’ultima ora… godiamo di questo tempo propizio.

don Daniele Natalizi

UDIENZA GENERALE – Aula Paolo VI – Mercoledì, 25 gennaio 2012

BENEDETTO XVI

Cari fratelli e sorelle,

nella Catechesi di oggi concentriamo la nostra attenzione sulla preghiera che Gesù rivolge al Padre nell’«Ora» del suo innalzamento e della sua glorificazione (cfr.Gv.17,1-26). Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La tradizione cristiana a ragione la definisce la “preghiera sacerdotale” di Gesù. È quella del nostro Sommo Sacerdote, è inseparabile dal suo Sacrificio, dal suo “passaggio” [pasqua] al Padre, dove egli è interamente “consacrato” al Padre» (n. 2747).

Questa preghiera di Gesù è comprensibile nella sua estrema ricchezza soprattutto se la collochiamo sullo sfondo della festa giudaica dell’espiazione, lo Yom kippùr. In quel giorno il Sommo Sacerdote compie l’espiazione prima per sé, poi per la classe sacerdotale e infine per l’intera comunità del popolo. Lo scopo è quello di ridare al popolo di Israele, dopo le trasgressioni di un anno, la consapevolezza della riconciliazione con Dio, la consapevolezza di essere popolo eletto, «popolo santo» in mezzo agli altri popoli. La preghiera di Gesù, presentata nel capitolo 17 del Vangelo secondo Giovanni, riprende la struttura di questa festa. Gesù in quella notte si rivolge al Padre nel momento in cui sta offrendo sé stesso. Egli, sacerdote e vittima, prega per sé, per gli apostoli e per tutti coloro che crederanno in Lui, per la Chiesa di tutti i tempi (cfr.Gv.17,20).

La preghiera che Gesù fa per sé stesso è la richiesta della propria glorificazione, del proprio «innalzamento» nella sua «Ora». In realtà è più di una domanda e della dichiarazione di piena disponibilità ad entrare, liberamente e generosamente, nel disegno di Dio Padre che si compie nell’essere consegnato e nella morte e risurrezione. Questa “Ora” è iniziata con il tradimento di Giuda (cfr.Gv.13,31) e culminerà nella salita di Gesù risorto al Padre (Gv.20,17). L’uscita di Giuda dal cenacolo è commentata da Gesù con queste parole: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (Gv.13,31). Non a caso, Egli inizia la preghiera sacerdotale dicendo: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te» (Gv.17,1).

La glorificazione che Gesù chiede per sé stesso, quale Sommo Sacerdote, è l’ingresso nella piena obbedienza al Padre, un’obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale: «E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv.17,5). Sono questa disponibilità e questa richiesta il primo atto del sacerdozio nuovo di Gesù che è un donarsi totalmente sulla croce, e proprio sulla croce – il supremo atto di amore – Egli è glorificato, perché l’amore è la gloria vera, la gloria divina.

Il secondo momento di questa preghiera è l’intercessione che Gesù fa per i discepoli che sono stati con Lui. Essi sono coloro dei quali Gesù può dire al Padre: «Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola» (Gv.17,6). «Manifestare il nome di Dio agli uomini» è la realizzazione di una presenza nuova del Padre in mezzo al popolo, all’umanità. Questo “manifestare” è non solo una parola, ma è realtà in Gesù; Dio è con noi, e così il nome – la sua presenza con noi, l’essere uno di noi – è “realizzato”.  Quindi questa manifestazione si realizza nell’incarnazione del Verbo. In Gesù Dio entra nella carne umana, si fa vicino in modo unico e nuovo. E questa presenza ha il suo vertice nel sacrificio che Gesù realizza nella sua Pasqua di morte e risurrezione.

Al centro di questa preghiera di intercessione e di espiazione a favore dei discepoli sta la richiesta di consacrazione; Gesù dice al Padre: «Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv.17,16-19). Domando: cosa significa «consacrare» in questo caso? Anzitutto bisogna dire che «Consacrato» o «Santo», è propriamente solo Dio. Consacrare quindi vuol dire trasferire una realtà – una persona o cosa – nella proprietà di Dio. E in questo sono presenti due aspetti complementari: da una parte togliere dalle cose comuni, segregare, “mettere a parte” dall’ambiente della vita personale dell’uomo per essere donati totalmente a Dio; e dall’altra questa segregazione, questo trasferimento alla sfera di Dio, ha il significato proprio di «invio», di missione: proprio perché donata a Dio, la realtà, la persona consacrata esiste «per» gli altri, è donata agli altri. Donare a Dio vuol dire non essere più per sé stessi, ma per tutti. È consacrato chi, come Gesù, è segregato dal mondo e messo a parte per Dio in vista di un compito e proprio per questo è pienamente a disposizione di tutti. Per i discepoli, sarà continuare la missione di Gesù, essere donato a Dio per essere così in missione per tutti. La sera di Pasqua, il Risorto, apparendo ai suoi discepoli, dirà loro: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv.20,21).

Il terzo atto di questa preghiera sacerdotale distende lo sguardo fino alla fine del tempo. In essa Gesù si rivolge al Padre per intercedere a favore di tutti coloro che saranno portati alla fede mediante la missione inaugurata dagli apostoli e continuata nella storia: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola». Gesù prega per la Chiesa di tutti i tempi, prega anche per noi (Gv.17,20). Il Catechismo della Chiesa Cattolica commenta: «Gesù ha portato a pieno compimento l’opera del Padre, e la sua preghiera, come il suo Sacrificio, si estende fino alla consumazione dei tempi. La preghiera dell’Ora riempie gli ultimi tempi e li porta verso la loro consumazione» (n. 2749).

La richiesta centrale della preghiera sacerdotale di Gesù dedicata ai suoi discepoli di tutti i tempi è quella della futura unità di quanti crederanno in Lui. Tale unità non è un prodotto mondano. Essa proviene esclusivamente dall’unità divina e arriva a noi dal Padre mediante il Figlio e nello Spirito Santo. Gesù invoca un dono che proviene dal Cielo, e che ha il suo effetto – reale e percepibile – sulla terra. Egli prega «perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv.17,21). L’unità dei cristiani da una parte è una realtà segreta che sta nel cuore delle persone credenti. Ma, al tempo stesso, essa deve apparire con tutta la chiarezza nella storia, deve apparire perché il mondo creda, ha uno scopo molto pratico e concreto deve apparire perché tutti siano realmente una sola cosa. L’unità dei futuri discepoli, essendo unità con Gesù – che il Padre ha mandato nel mondo – è anche la fonte originaria dell’efficacia della missione cristiana nel mondo.

«Possiamo dire che nella preghiera sacerdotale di Gesù si compie l’istituzione della Chiesa … Proprio qui, nell’atto dell’ultima cena, Gesù crea la Chiesa. Perché, che altro è la Chiesa se non la comunità dei discepoli che, mediante la fede in Gesù Cristo come inviato del Padre, riceve la sua unità ed è coinvolta nella missione di Gesù di salvare il mondo conducendolo alla conoscenza di Dio? Qui troviamo realmente una vera definizione della Chiesa. La Chiesa nasce dalla preghiera di Gesù. E questa preghiera non è soltanto parola: è l’atto in cui egli «consacra» sé stesso e cioè «si sacrifica» per la vita del mondo (cfr. Gesù di Nazaret, II, 117s).

Gesù prega perché i suoi discepoli siano una cosa sola. In forza di tale unità, ricevuta e custodita, la Chiesa può camminare «nel mondo» senza essere «del mondo» (cfr.Gv. 17,16) e vivere la missione affidatale perché il mondo creda nel Figlio e nel Padre che lo ha mandato. La Chiesa diventa allora il luogo in cui continua la missione stessa di Cristo: condurre il «mondo» fuori dall’alienazione dell’uomo da Dio e da sé stesso, fuori dal peccato, affinché ritorni ad essere il mondo di Dio.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo colto qualche elemento della grande ricchezza della preghiera sacerdotale di Gesù, che vi invito a leggere e a meditare, perché ci guidi nel dialogo con il Signore, ci insegni a pregare. Anche noi, allora, nella nostra preghiera, chiediamo a Dio che ci  aiuti ad entrare, in modo più pieno, nel progetto che ha su ciascuno di noi; chiediamoGli di essere «consacrati» a Lui, di appartenerGli sempre di più, per poter amare sempre di più gli altri, i vicini e i lontani; chiediamoGli di essere sempre capaci di aprire la nostra preghiera alle dimensioni del mondo, non chiudendola nella richiesta di aiuto per i nostri problemi, ma ricordando davanti al Signore il nostro prossimo, apprendendo la bellezza di intercedere per gli altri; chiediamoGli il dono dell’unità visibile tra tutti i credenti in Cristo – lo abbiamo invocato con forza in questa Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani – preghiamo per essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cfr.1Pt 3,15).        Grazie.

Per pregare ora useremo come traccia la Preghiera sacerdotale di Gesù (Giov.17), alla fine dei discorsi d’addio nell’ultima Cena del Giovedì Santo, dividendola in tre parti:

a. Gesù prega per sé stesso (Gv.17, 1-5);

b. Gesù prega per i discepoli (Gv.17, 6-19);

c. Gesù prega per la Chiesa (Giov.17, 20-26).

a. Gesù prega per sé stesso (Gv.17, 1-5)

“Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi Te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse”.

Riflettiamo

[…] Gesù prega per sé stesso e ciò non può stupirci: aveva bisogno Gesù di pregare per sé? E che cosa chiede? Gesù si fa qui nostro maestro e modello.

Prega per insegnarci che non è da condannare una preghiera fatta per sé stessi. Una preghiera di questo tipo deve però portarci all’adesione piena alla

volontà di Dio. E tale infatti è la domanda di Gesù che chiede di essere glorificato. “Padre, glorifica il Figlio tuo”. Ma con il termine “gloria”, come

sappiamo dal resto del Vangelo di Giovanni, è intesa anzitutto la sua dolorosa passione, che viene trasfigurata e riceve appunto questo nome. Gesù chiede dunque di portare pienamente a termine la sua missione e di saper affrontare per essa anche il sacrificio della vita. [Poi, n.d.r] Gesù prega che il suo cammino giunga al pieno compimento nella gloria che egli aveva presso il Padre, “prima che il mondo fosse”. È conscio della missione compiuta e sa che essa gli permette di condividere con i suoi discepoli la gloria di Dio.

C. M. Martini da “Colti da stupore” 2012-pagg. 96-97

b. Gesù prega per i suoi discepoli (Gv.17, 6-19)

“Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.

Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato,

perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.

Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in sé stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno.

Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io

ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità”.

Riflettiamo

Che cosa significano le tre consacrazioni (santificazioni), di cui lì si parla? Innanzitutto ci viene detto che il Padre ha mandato il Figlio nel mondo e lo ha consacrato (cfr.10,36). Che cosa significa? Gli esegeti ci fanno notare che un certo parallelismo con questa frase rinvenibile nelle parole della vocazione del profeta Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger.5). Consacrazione significa la rivendicazione totale dell’uomo da parte di Dio, la «segregazione» per Lui, che tuttavia è allo stesso tempo una missione per i popoli.

Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, vol. II, cap. IV

c.Gesù prega per la Chiesa (Gv,17, 20-26)

“Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.

Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.

Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi

hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”.

Riflettiamo

Un altro grande tema della Preghiera sacerdotale è la futura unità dei discepoli di Gesù. Con ciò lo sguardo di Gesù […] va oltre la comunità dei discepoli del momento e si volge verso tutti coloro che «per la loro parola crederanno» (Gv.17,20): il vasto orizzonte della comunità futura dei credenti si apre attraverso le generazioni, la futura Chiesa è inclusa nella preghiera di Gesù. Egli invoca l’unita per i futuri discepoli.

Quattro volte il Signore ripete questa richiesta; due volte viene indicato come scopo di tale unità che il mondo creda, anzi, che «riconosca» che Gesù è stato mandato dal Padre: «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. Tutti siano una sola cosa: come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. …siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa … siano perfetti nell’unità e il mondo riconosca che tu mi hai mandato…».

Joseph Ratzinger daGesù di Nazaret” vol. II, cap. IV

Sulla bocca del catechista torna sempre a risuonare il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”. Quando diciamo che questo annuncio è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti. Per questo anche «il sacerdote, come la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere evangelizzato».

J. Mario Bergoglio  da “Evangelii Gaudium” n. 164

Preghiera

Signore Gesù, tu hai amato «fino alla fine».
Il sacramento da te istituito nell’ultima cena
è il segno più perfetto e ineffabile del tuo amore per l’umanità.
Nell’Eucarestia il tuo amore infinito continua a incarnarsi per noi,
a dimorare fra noi, cibo per la vita eterna.
La sconfinata carità che erompe dal tuo cuore santo,
doveva manifestarsi, desiderava comunicarsi
a tutto il genere umano.
Con l’Eucaristia, «memoriale della Pasqua»,
hai voluto far conoscere a tutti, in ogni tempo e in ogni luogo,
il tuo immenso amore.
Tu sei l’agnello sui nostri altari,
per manifestare la tua presenza e il tuo amore,
fino al sorgere del giorno senza tramonto.
Una presenza che è amore: amore grande,
amore generoso, amore unico.
Signore Gesù, scuotici nel profondo,
risveglia il nostro spirito così che ti amiamo tutti i giorni,
con tutto il nostro cuore.
Amen.

San Paolo VI Papa

XV stazione della via crucis

QUINDICESIMA STAZIONE

L’ALBA DELLA PASQUA

“Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria la madre di Giacomo, e Salome comprarono aromi per andare a fare le unzioni su di lui. Di buon mattino, il primo giorno della settimana vennero al sepolcro al levar del sole. Dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’entrata del sepolcro?”. Alzando lo sguardo, videro che la pietra era stata già fatta rotolare, benché fosse molto grande” (Mc.16,1-4).

MEDITAZIONE


di PAPA FRANCESCO

Dopo l’attesa nel buio, la luce. Dal seno della notte esplode l’aurora; l’unica fra tante, la prima di tutte, l’alba della Pasqua, l’inizio di un giorno che non avrà mai tramonto. Inaugura l’uomo nuovo: ieri crocifisso, oggi risuscitato per vivere senza fine. Il terremoto, il candore come di neve, la luce come sul Tabor, sono segni della manifestazione di Dio. Egli tutto ribalta come la pietra del sepolcro: “Ecco io faccio nuove tutte le cose” (Ap.21,5). Dio è novità, è “bellezza sempre antica e sempre nuova”, è giovane eterno, ci vuole giovani per sempre. Nel battesimo ci ha dato il germe della giovinezza. Siamo portatori di novità. Le donne, fedeli al Maestro, hanno in mano i vasetti degli aromi per i morti. L’ angelo annuncia una novità per la vita: “Non abbiate paura”. Da sempre l’uomo aspettava questa notizia: la morte è morta. È scoppiata la vita.
L’uomo di oggi rischia ancora di correre verso sepolcri a imbalsamare la vita. Il piangere è più comodo che il progettare. È urgente farsi rievangelizzare da questa novità portata dall’alba di questo giorno senza fine. La “nuova evangelizzazione” per gli uomini d’oggi ha come centro la Pasqua. In un mondo altamente informatizzato, rischiamo di rimanere soffocati dalle comunicazioni. Questa notizia pasquale può rimanere sommersa. Bisogna porla al centro del cuore dell’uomo e di tutto il sistema della sua vita. Essa dà sapore a ogni conquista. A che servirebbe la più bella notizia, se non ci fosse questa buona notizia che la morte non ha l’ultima parola?
L’amore di Cristo Risorto non ha limiti e una volta donato non si è mai tirato indietro. È stato incondizionato ed è rimasto fedele. Amare così non è facile perché molte volte siamo tanto deboli. Però proprio affinché possiamo amare come Lui ci ha amato, Cristo condivide la sua stessa vita risorta con noi. In questo modo la nostra vita dimostra la sua potenza in azione, anche in mezzo alla debolezza umana.

Preghiera

O Padre,
che hai voluto salvare gli uomini
con la morte di tuo Figlio,
concedi a noi che abbiamo
conosciuto in terra
il suo mistero di amore,
di essere testimoni, in parole e opere,
nella vita quotidiana con tutti coloro
che ci fai incontrare.
Per Cristo nostro Signore,
Amen.

 CRISTO È RISORTO!

Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti,
primizia di coloro che sono morti.
Poiché se a causa di un uomo
venne la morte,
a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti.
(1 Cor.11, 20-21)

Buona Pasqua!!